(Adnkronos) - Sono entrambi cattolici, entrambi ambiziosi, entrambi convinti di essere la risposta giusta per l'America che verrà dopo Trump. Eppure JD Vance e Marco Rubio incarnano visioni così diverse del conservatorismo americano da rendere la loro coesistenza all'interno dell'amministrazione un continuo gioco di equilibrio (e di rischio di esplosione). Le loro biografie si rincorrono e ora si sfidano nel teatro più antico del mondo: il Vaticano. Marco Rubio incontrerà Papa Leone XIV nel tentativo di ricucire lo strappo tra Washington e la Santa Sede.
Per capire i due uomini politici, che puntano a una corsa alla Casa Bianca nel 2028, bisogna partire dalle radici, che in un paese come gli Stati Uniti spiegano molto dei personaggi.
JD Vance nasce il 2 agosto 1984 a Middletown, Ohio, nella Rust Belt americana. La madre tossicodipendente, il padre assente, i nonni degli Appalachi come unici punti di riferimento. Marine Corps a 19 anni, poi Yale Law School, poi la Silicon Valley sotto l'ala di Peter Thiel, che nel 2022 gli verserà 15 milioni di dollari per la campagna in Ohio, la donazione più grande mai registrata per una corsa al Senato. La sua ascesa politica non sarebbe stata possibile senza Hillbilly Elegy, il bestseller del 2016 che gli intellettuali di tutto il mondo divorarono cercando di capire l'America di Trump.
Marco Rubio nasce nel 1971 a Miami, figlio di immigrati cubani arrivati negli Stati Uniti nel 1956, prima della presa del potere di Castro. I suoi genitori divennero cittadini americani nel 1975. Rubio cresce tra le comunità latinoamericane della Florida, studia legge, entra precocissimo in politica e a 34 anni diventa Speaker della Camera della Florida, primo cubano-americano a raggiungere quella carica. Eletto al Senato federale nel 2010, viene subito indicato come uno degli astri nascenti del Grand Old Party. Time lo inserisce tra le 100 persone più influenti del mondo già nel 2012. La sua è la storia dell'American Dream latinoamericano.
Due biografie specchio di due Americhe: quella bianca, protestante e rurale degli Appalachi, una delle regioni più povere e arretrate degli Stati Uniti, e quella latina, cattolica e urbana di Miami. Due esperienze della marginalità che producono però traiettorie politiche molto differenti.
È qui che l'analogia superficiale tra i due si rivela nella sua complessità.
Rubio è cattolico di nascita e di cultura, come lo sono milioni di americani di origine latinoamericana. La sua fede è parte integrante della sua identità politica fin dall'inizio: ha esplicitamente citato la dottrina sociale della Chiesa nelle sue posizioni su immigrazione e famiglia. Detto questo, nel corso degli anni ha alternato la partecipazione alle messe cattoliche con quella a una congregazione evangelica di Miami, in quello che molti osservatori hanno letto come un adattamento pragmatico all'elettorato misto della Florida. Alla fine è tornato pienamente al cattolicesimo.
Vance è invece il caso più clamoroso di conversione religiosa nell'America politica recente. Si è convertito al cattolicesimo nel 2019, battezzato nella Chiesa di San Gervasio ad Oxford, Ohio. La sua non è una conversione di convenienza: è stata accompagnata da anni di frequentazione con i pensatori del "cattolicesimo integralistico" e del post-liberalismo, che mettono in discussione i fondamenti del liberalismo occidentale in nome di un ordine cristiano pre-moderno. La sua fede è intellettualmente militante. Quando Vance parla di valori, parla di una visione del mondo radicalmente alternativa a quella dominante nell'élite americana.
Eppure è stato proprio il convertito entusiasta ad avere con il Papa defunto il rapporto più tormentato. Francesco e Vance si erano scontrati apertamente sull'immigrazione: il Pontefice aveva condannato le politiche di deportazione dell'amministrazione Trump, e Vance aveva risposto con quella che rimane una delle sue frasi più controverse, citando impropriamente il concetto di ordo amoris (San Tommaso) per giustificare la preferenza per i connazionali rispetto agli stranieri.
Il 20 aprile 2025, domenica di Pasqua, JD Vance entra nella Domus Santa Marta in Vaticano e stringe la mano a Francesco. "Hello. So good to see you", dice il vicepresidente avvicinandosi al letto. Il Papa, visibilmente provato, gli offre tre uova di cioccolato per i suoi figli, un cravattino vaticano e dei rosari. La mattina dopo, Papa Francesco è morto.
L'incontro, l'ultima udienza privata del Pontefice con un dignitario straniero, diventa il simbolo di un'ambiguità che Vance prova a cavalcare: il convertito cattolico che abbraccia una politica di espulsioni di massa che il Papa aveva pubblicamente condannato, in visita al capezzale di un uomo che stava per morire. "È stata una grande benedizione", dirà Vance ai giornalisti. "Quando l'ho visto, non sapevo che avesse meno di 24 ore ancora su questa terra". Secondo il sito “insider” di Washington, The Hill, Vance definì quell'incontro un "segno di Dio".
Le tensioni tra Trump e Francesco non erano nuove. Dal muro al confine con il Messico del 2016 (quando Francesco aveva detto che "chi pensa solo a costruire muri non è cristiano" e Trump aveva risposto che era "disgraceful") fino alle politiche di deportazione del secondo mandato, il rapporto era stato uno scontro frontale tra visioni del mondo.
La morte di Francesco non ha riportato la pace tra Washington e il Vaticano. Il nuovo Papa, Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, nato a Chicago, primo pontefice americano della storia, ha mostrato fin dall'inizio una posizione scomoda per l'amministrazione Trump.
Il 12 aprile 2026, dopo che Trump aveva postato su Truth Social di voler "obliterare la civiltà iraniana", Leone XIV ha risposto pubblicamente che quella minaccia era "inaccettabile". Trump ha reagito con un lungo post nel quale ha esortato il Pontefice a "concentrarsi a fare il Papa", aggiungendo di non essere "un fan" di Leone e di ritenere che stesse "facendo un pessimo lavoro". Un presidente americano che insulta pubblicamente il Papa americano: un inedito assoluto.
Ed è qui che entra in scena Rubio, in quello che potrebbe essere il gesto simbolicamente più potente del suo mandato da Segretario di Stato.
Questa settimana, Rubio è atteso a Roma per incontrare Leone XIV, nel tentativo di "scongelare" i rapporti. Non è il primo incontro: il 19 maggio 2025, il giorno prima della Messa inaugurale di Leone XIV, Rubio aveva già incontrato il nuovo Pontefice, così come aveva fatto Vance il giorno successivo.
Ma questa è diversa. La visita arriva in un momento di forte tensione per le relazioni Usa-Europa, con il Pentagono che ha appena annunciato il ritiro di 5.000 truppe dalla Germania, e Washington e Bruxelles ai ferri corti su Iran e dazi. Rubio incontrerà anche il Cardinale Pietro Parolin, il Segretario di Stato vaticano, e i ministri italiani Tajani e Crosetto; una possibile visita a Meloni è nell'aria ma non ancora confermata ufficialmente.
Quello che emerge chiaramente è che è Rubio incaricato di ricucire il tessuto diplomatico che Trump ha strappato, non certo Vance.
Nessun episodio chiarisce meglio la differenza di stile tra i due di ciò che è accaduto alla Munich Security Conference, a distanza di un anno esatto.
Febbraio 2025: Vance sale sul palco e invece di parlare di Russia o deterrenza Nato, attacca frontalmente l'Europa per la sua gestione della libertà di espressione e dell'immigrazione. Il tono è accusatorio, quasi sprezzante. Kaja Kallas risponde pubblicamente affermando che sembra che gli Usa vogliano "litigare con i propri alleati". La Germania reagisce con una reprimenda formale.
Febbraio 2026: Rubio sale sullo stesso palco. "Il nostro paese è nell'emisfero occidentale, ma saremo sempre figli dell'Europa", e la sala applaude. Il New York Times scrive che Rubio è arrivato a Monaco "con l'obiettivo di rassicurare i leader europei". Il messaggio è sempre duro, ma è glassato con un lessico di civiltà condivisa.
Nel maggio 2015, Rubio sale al podio del Senato e pronuncia un discorso che sembra una profezia (qui l'articolo Adnkronos con il video): "L'accordo con l'Iran quasi certamente garantisce la guerra". Sostiene che l'Iran userà i fondi liberati per costruire missili e poi la bomba. Undici anni dopo, con i bunker-buster americani che colpiscono le installazioni nucleari iraniane, quel discorso è tornato virale su tutti i social americani. La sua era anche una posizione coerente con il suo background di figlio di esiliati cubani: l'anticomunismo e l'anti-autoritarismo sono nel Dna della sua famiglia.
Vance, invece, era scettico. Secondo diversi funzionari dell'amministrazione, prima che Trump autorizzasse i raid, il vicepresidente aveva sollevato internamente perplessità significative sull'opportunità di uno strike, preoccupato dalle conseguenze. Una posizione coerente con la sua visione non-interventista cara all'universo Maga. Ma una volta presa la decisione dal presidente, si è schierato pubblicamente: "Non c'è nessuna possibilità che ci impantaniamo in un conflitto mediorientale senza una fine chiara". "Siamo in guerra con il programma nucleare dell'Iran, non con l'Iran".
La differenza più profonda tra i due riguarda il loro percorso ideologico che li ha portati dove sono.
Vance è un convertito non solo sul piano religioso, ma anche politico. Nel 2016, mentre Trump scalava i sondaggi, scrisse messaggi privati nei quali definiva il futuro presidente "America's Hitler". Poi, forse vedendo praterie davanti a sé, mentre nel campo democratico c’era parecchia folla, si è buttato sul movimento Maga, sul nazioalismo economico, su un populismo post-liberale che mescola protezionismo economico, scetticismo verso l'interventismo militare e critica radicale al liberalismo culturale (con evidenti influenze del suo mentore Peter Thiel).
Rubio non si è mai convertito: nei fatti è rimasto riconoscibilmente nel solco del GOP pre-Trump. Nel 2013 partecipò al "Gang of Eight" per una riforma bipartisan dell'immigrazione, cosa che oggi sarebbe impensabile. Nella primaria del 2016 sfidò Trump con sarcasmo tagliente e perse. Ma non ha mai abbandonato il campo, e oggi è il volto di quel che resta del repubblicanesimo atlantista.
Entrambi puntano alla Casa Bianca. È un segreto di Pulcinella a Washington.
Rubio in pubblico riconosce la leadership di Vance: "Sarà lui il candidato se lo vuole". Eppure Rubio guadagna terreno soprattutto grazie ai dossier internazionali: l'Iran, l'Europa, ora il Vaticano. Trump interroga in privato donatori e consiglieri sui due eredi, e nell'entourage GOP si stanno già formando due schieramenti distinti.
Il Wall Street Journal il 6 marzo scorso pubblica un articolo dal titolo "Vance or Rubio in '28? It's a Question Trump Can't Stop Asking": il presidente "ha ultimamente lodato il Segretario di Stato nel contesto del secondo mandato incentrato sulla politica estera, ma molti vedono il vicepresidente come il miglior erede".
Un dettaglio di non poco conto: i due si vedono a colazione almeno due volte al mese, si consultano su ogni grande dossier, e Vance ha definito Rubio "il mio migliore amico nell'amministrazione". Come scriveva Edmondo Berselli di Romano Prodi, i due grondano bonomia da tutti gli artigli.
La partita Vance-Rubio non è semplicemente una disputa personale. È la rappresentazione in miniatura di un interrogativo che i repubblicani dovranno affrontare non appena scadrà il secondo mandato del presidente-tycoon: che cosa vuole essere il partito post-Trump ?
La ricetta di Vance, non è chiaro quanto convinta o quanto figlia di un posizionamento tattico, è quella di un movimento nazional-populista, scettico verso le avventure militari, ostile all'élite globalista, radicato nella cultura appalachiana e nel cattolicesimo post-liberale. Rubio risponde: un partito che resta ‘falco’, atlantista nella sostanza (se non nel tono), capace di parlare agli ispanici, agli alleati europei, al Vaticano.
E il Vaticano, in questo senso, è il teatro perfetto: un'istituzione millenaria che entrambi dicono di rispettare in nome della stessa fede, ma che ciascuno dei due frequenta con intenzioni radicalmente diverse. (di Giorgio Rutelli)











