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Attualità | 21 marzo 2021, 08:15

Essere papà ai tempi del Coronavirus: le storie degli eroi Gianluca Perrone e Giuseppe Summa

Da oltre un anno, fanno di tutto per garantire ai propri figli un futuro migliore

Essere papà ai tempi del Covid: le storie degli eroi Gianluca e Giuseppe

Giusepppe Summa (a sinistra) e Gianluca Perrone

Li hanno chiamati eroi, perché hanno messo, e continuano a mettere, a rischio la propria vita per salvare quella degli altri. Li hanno definiti guerrieri, perché fanno di tutto per mandare avanti il lavoro, portare il “pane a casa”, non far mancare nulla a nessuno. Eppure quasi nessuno li chiama col primo nome con cui vengono riconosciuti dai loro figli. Papà

Sono infermieri, commercianti, operai, muratori, eppure quello di genitore rimane il mestiere più difficile del mondo. Lo era nel mondo prima della pandemia, dove era difficile incastrare il lavoro con la scuola, il calcetto, l’oratorio. Lo è ancora di più oggi, nell’ “era Covid”, in cui parole come didattica in presenza e didattica a distanza sono all’ordine del giorno. 

Lo sanno bene due papà che ogni giorno fanno i salti mortali per cercare di dedicare il giusto tempo ai propri piccoli.

Gianluca, il papà che protesta per il bene dei suoi figli

Gianluca Perrone, 35 anni, residente a Montanaro, fino allo scorso 31 dicembre è stato titolare di un bar in via Torino 132, nel pieno centro storico di Brandizzo. Lo scorso novembre, in pieno lockdown, aveva deciso di non chiudere i battenti del suo locale. Lo aveva fatto “per necessità”. Per far capire al mondo che se al mattino non ti alzi e non ti "sporchi le mani" alla fine del mese non mangi. Nè tu nè tantomeno i tuoi figli. 

Dalla prossima settimana, proprio per amore dei suoi piccoli, di 7 e 11 anni, cambierà vita. Si trasferirà a Cuneo e comincerà a lavorare per una nota multinazionale che produce pneumatici. Per qualche giorno ha anche lavorato in una cava. Tra uno scatolone e l’altro, trascorre il tempo con i suoi bambini e non rimpiange la vita che conduceva fino a pochi mesi fa.

Io sono un padre separato ed in quanto tale non ho limitazioni: posso spostarmi per vedere i miei figli – racconta -. Nonostante questo il periodo non è dei più facili, soprattutto per loro”. 

Gestire un bambino in didattica a distanza (dad) non è semplice. Figuriamoci se i figli sono due e se oltre a questo subentrano i problemi di connessione o di piattaforme sovraccariche. “Ieri – scherza – abbiamo fatto lezione in macchina, ma non è quello il problema. Il fatto è che manca l’aspetto sociale della scuola”.

Manca il contatto sociale, insomma. “A quell’età i ragazzini si annoiano, hanno bisogno di correre, di giocare all’aperto, di sfogare le proprie energie, di vedere gli amichetti – aggiunge -. Noi adulti ci siamo dovuti adattare ad un nuovo stile di vita ed è stato difficile. Figuriamoci per loro”.

Difficile anche stare tante ore davanti allo schermo di un computer. “Per iniziare il nuovo lavoro ho fatto un corso di formazione on line e mi sono immedesimato in loro. Arrivi alla fine della lezione stanco...”. Ma non tutto il male vien per nuocere. Essere papà durante il lockdown ha i suoi lati positivi. “Trascorro con loro molto più tempo...".

Giuseppe, il papà infermiere che si batte per i diritti dei colleghi

Diversa è la situazione di Giuseppe Summa, infermiere all’ospedale Ivrea, nonché segretario provinciale di Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche. Da oltre un anno, vede passare sotto i suoi occhi malati Covid di tutte le età, dagli anziani ai più giovani indossando loro i caschi Cpap e intubando anche i casi più gravi.

In molti casi ha anche denunciato le condizioni in cui lui ed i suoi colleghi erano costretti a lavorare. Sacchi della plastica indossati al posto dei camici, mascherine provenienti dalla Cina che si bucavano, carenza di personale sono solo alcune delle battaglie intraprese.

Da oltre un anno, Giuseppe ha sempre un po’ il timore di tornare a casa. Nonostante qualche settimana fa gli sia stato somministrato il vaccino anti Covid, ha sempre paura di portare il virus a casa. Dai suoi cari e dal suo bambino di tre anni e mezzo. Essere papà ai tempi del Covid, anche per lui, non è semplice. Ci sono i turni da far combaciare e la dad da seguire. Sì, perché sebbene in misura minore, anche lui ha dovuto affrontare le “lezioni” distanza.

Sebbene mio figlio sia ancora piccolo, fa la dad un’ora al giorno. Le maestre li fanno giocare, disegnare – spiega -. Il fatto è che è difficile riuscire a far rimanere fermi davanti ad un computer bambini così piccoli”. Per i figli dei sanitari, infatti, non è prevista la didattica in presenza. E di congedi parentali non se ne parla. “Stiamo ricevendo tantissimi dinieghi da parte delle scuole per la didattica in presenza dei figli del personale sanitario. Sarebbe più semplice usufruire di ferie, congedi, malattie per stare con i propri figli, specie i più piccoli ma abbiamo enormi responsabilità come tutti dovremmo avere in questo momento – dice -. Quella degli infermieri non è l'unica categoria che manda avanti i servizi pubblici essenziali, ma sicuramente la più importante in questo momento. Gli infermieri non possono decidere se assistere i loro pazienti o abbandonare i loro figli a casa...”.

Antonia Gorgoglione

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