Risaie asciutte, terreni secchi, coltivazioni in sofferenza e aziende agricole costrette a lavorare ampiamente sotto i costi di produzione. Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte lancia un nuovo allarme sulla crisi del comparto risicolo regionale, descrivendo una situazione di estrema gravità che rischia di compromettere la sopravvivenza di molte aziende nel cuore produttivo del riso italiano, tra Vercelli, Novara e Pavia.
Il quadro che arriva dai territori è drammatico. In alcune aree le risaie sono asciutte e il riso sta morendo, mentre le previsioni di temperature fino a 37 gradi rischiano di aggravare ulteriormente una situazione già compromessa dalla siccità e dalla crisi idrica. Alla pressione climatica si somma una crisi economica profonda: il prezzo del riso è crollato fino al 50%, le importazioni dall’Asia sono aumentate in modo significativo e i costi di produzione sono cresciuti anch’essi intorno al 50%.
La crisi è alimentata da una vera e propria “tempesta perfetta”: il ritorno massiccio delle importazioni a dazio zero dal Sud-est asiatico, in particolare da Vietnam, Cambogia e Myanmar, il calo del valore del dollaro e l’esplosione dei costi di carburanti, fertilizzanti ed energia. I numeri raccontano meglio di ogni altro dato la difficoltà del momento: produrre una tonnellata di riso costa oggi circa 450 euro, ma il mercato la remunera mediamente solo 300 euro. Una forbice che rende insostenibile la continuità produttiva.
“Ci portiamo dietro da anni problemi che oggi sono esplosi tutti insieme. In cinquant’anni non abbiamo mai visto una situazione del genere: dal dopoguerra questa è la prima grande crisi del riso di questa portata”, sottolinea Silvano Saviolo, presidente della cooperativa Risicoltori Piemontesi aderente a Confcooperative Piemonte.
“Prezzi dimezzati, importazioni in aumento, siccità, crisi idrica, caldo estremo e costi produttivi cresciuti del 50%: se sommiamo tutto, il risultato è un disastro. Oggi molte aziende vendono sottocosto. Si può resistere un anno, forse due, ma se questa condizione diventa strutturale l’agricoltura finisce qui”. Il crollo delle quotazioni è stato rapido e violento. “In poco più di sei mesi il valore si è quasi dimezzato”, prosegue Saviolo.
“All’inizio della campagna, a ottobre, avevamo venduto il risone Baldo a quasi 60 euro al quintale; poche settimane fa lo stesso prodotto è stato scambiato a 38 euro. Coltivare riso oggi è diventato un mestiere ingrato, in un mondo stravolto, dove l’incertezza dei prezzi rende l’attività simile a una scommessa in borsa”. Il calo non risparmia nemmeno le varietà più pregiate. Il Carnaroli ha perso tra il 10% e il 20% del proprio valore, l’Arborio è passato da punte di 750 euro a tonnellata a circa 430-480 euro, mentre Roma e Sant’Andrea hanno subito contrazioni pesantissime, arrivando in molti casi a coprire a stento i costi vivi.
Un paradosso che penalizza proprio le produzioni che esprimono maggiore qualità, identità territoriale e valore aggiunto. Per Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte, la crisi del riso dimostra la necessità di un intervento urgente su più livelli: europeo, nazionale, regionale e di filiera. Il cambiamento climatico non può essere risolto dall’oggi al domani, ma è possibile e necessario agire subito sugli strumenti di mercato, sulle regole di reciprocità e sulla tutela della produzione italiana ed europea. La pressione delle importazioni non riguarda soltanto il prezzo. Riguarda anche la qualità del prodotto, la trasparenza verso i consumatori e la possibilità per le aziende italiane di continuare a garantire tracciabilità, sicurezza alimentare, tutela del territorio e presidio ambientale. “Siamo di fronte a un paradosso inaccettabile”, evidenzia Domenico Sorasio, segretario di Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte.
“Mentre i mercati sono inondati da riso asiatico a prezzi stracciati, le nostre eccellenze vengono svendute sottocosto. Il rischio concreto è che molte aziende decidano di abbandonare la risicoltura per orientarsi verso altre colture, come orzo, mais o soia, con una perdita enorme per l’economia, il paesaggio e l’identità agricola del territorio piemontese”. Accanto alla richiesta di interventi istituzionali, Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte richiama anche la responsabilità interna della filiera. La cooperazione, in questa fase, rappresenta uno strumento concreto per dare forza ai produttori, aggregare l’offerta, programmare meglio le semine, costruire relazioni più stabili con l’industria e ridurre l’esposizione delle singole aziende alla volatilità del mercato.
Confcooperative Agroalimentare e Pesca Piemonte chiede quindi che il comparto risicolo venga considerato una priorità strategica e che siano attivate misure tempestive per sostenere le aziende, rafforzare gli strumenti di salvaguardia, limitare gli squilibri generati dalle importazioni e promuovere una programmazione condivisa tra agricoltura, cooperazione, industria e istituzioni. Difendere il riso piemontese e italiano significa difendere un patrimonio produttivo, ambientale e culturale che non può essere lasciato solo davanti a una crisi di questa portata.










